Storia e Curiosità

 

1 – L’ex voto per gli avvenimenti del 1799

«niuno soffrì un minimo disturbo di guerra»

 

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Sull’altare del transetto sinistro del Santuario, a lato del grande quadro della Madonna di Loreto, sulla parete nord, troviamo un ex voto di notevoli dimensioni (1400 x 2400 mm.) attribuito a Marco Gozzi (1759-1839). Il quadro, notevolmente vivace e realistico (vi si notano particolari interessanti quali la facciata del santuario, il campanile della chiesa dei Celestini, le case e pure i loro interni e i loro abitanti), ricorda l’entrata in Città, il 24 aprile 1799, delle truppe austro-russe, che , seppur per breve tempo, riuscirono a cacciare i Francesi oltre l’Adda.

Bergamo si trovava in quegli anni in uno dei periodi più tumultuosi della sua storia: da pochi anni si era conclusa la secolare dominazione della Repubblica di Venezia, travolta dalla rivoluzione francese, e la popolazione aveva assistito all’istituzione della Repubblica bergamasca (12 marzo 1797), poi entrata a far parte della Repubblica cisalpina (30 giugno dello stesso anno). I Francesi  non godevano certo delle simpatie degli ambienti legati alla Chiesa, e le truppe degli Austro – Russi che, come si vede nel quadro, rovesciarono violentemente il più importante simbolo della rivoluzione d’Oltralpe, cioè l’albero della libertà, saranno stati forse visti con favore da tanti.

Tuttavia è certo che il passaggio di truppe, composte per lo più da soldati indisciplinati e intemperanti, potesse essere motivo di terrore per gli abitanti dei borghi attraversati da movimenti di questo tipo. Ma per fortuna – o, secondo i fedeli, per l’intercessione della Madonna venerata nel borgo – gli abitanti non ebbero a patire alcun danno: la scritta che accompagna il quadro dice così: Ai 24 aprile 1799, ore 19 entrò d’improvviso uno staccamento Austro-Russo contro li appena ritirati Francesi pernottò e ricambiò cocì li entrati altrove, ma niuno soffrì un minimo disturbo di guerra. G.R.

In Città non a tutti, purtroppo, andò così bene: possediamo una testimonianza che ci racconta che gli Austro-Russi si abbandonarono a violenze, quella stessa sera, non troppo lontano da qui,  in borgo San Leonardo: Giovanni Battista Locatelli Zuccala, allora parroco di Sant’Alessandro in Colonna, nel 1812 cercò di mettere per iscritto, come meglio gli riuscì di ricordare, le vicende che avevano interessato la Città in quegli anni difficili.

Egli, assai critico nei confronti dei Francesi e della loro rivoluzione, non nasconde però che costoro si comportarono sempre bene con la popolazione, mentre non può che ricordare con esecrazione le violenze inflitte dagli Austro-Russi, nella notte appunto tra il 24 e il 25 aprile, al quartiere di Borgo San Leonardo (cfr. G.B.Locatelli Zuccala, Memorie storiche di Bergamo e dei Bergamaschi dal 1796 al la fine del 1813, p.55:

La gioja per l’arrivo delle truppe alleate fu assai amareggiata dagli eccessi, a cui si abbandonarono in questa notte i militari specialmente Russi. Saccheggiarono molte case, e molte donne svergognarono nel nostro borgo, in cui più truppe erano alloggiate. Faceano pietà i gridi che si sentivano all’intorno, di modo che passai la notte insonne fra il timore e l’affanno; poiché nei contorni della mia casa parrocchiale imperversarono più che altrove. Più volte tentarono di rovesciare anche la mia porta, ma resistette …).

Le drammatiche notizie provenienti da borgo San Leonardo si diffusero presto, com’è naturale, per tutta la città e anche tra le vie del nostro quartiere: gli abitanti, consapevoli del pericolo evitato, ringraziarono così la loro potente protettrice,  raffigurata alla sommità dell’ex voto, mentre, con il figlio morto sulle ginocchia e attorniata da angeli, veglia sul suo diletto borgo.

 

2 – Pala della Madonna di Loreto

 

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Al centro del transetto sinistro del nostro Santuario si trova la pala d’altare dedicata alla Madonna di Loreto, una tela dipinta a olio di ampie dimensioni (mm. 3500×2000). Nella parte superiore del quadro vediamo rappresentati al centro la Madonna e il Bambino, affiancati dalla nostra patrona santa Caterina d’Alessandria e da santa Maria Maddalena; nella parte inferiore sono raffigurati la scena del trasporto della santa casa della Madonna da parte di quattro angeli e, ai due lati, sant’Evasio, patrono di Pedrengo, e san Silvestro Papa.

Il dipinto è generalmente attribuito a Francesco Zucco, ma non manca chi, per ragioni di affinità stilistiche, lo considera opera di Giangiacomo Anselmi, autore dell’Addolorata del nostro Santuario e della Madonna del Rosario che si trova nella parrocchiale di Pedrengo. Nella didascalia posta al centro del quadro si legge: In matrem Christi devoto impulsus amore Petringi hoc populus pingere fecit opus. MDCXV (il popolo di Pedrengo, spinto da devoto amore per la madre di Cristo, fece dipingere quest’opera. 1615).

La storia è piuttosto nota, ma merita di essere raccontata: a causa di una gravissima pestilenza, gli abitanti di Pedrengo – i capifamiglia superstiti, per la precisione – si erano impegnati con voto pubblico ad effettuare ogni anno una processione solenne al santuario della Madonna di Loreto, nelle Marche. Nel 1602, però, si trovarono in grave difficoltà: il viaggio, già di per sé gravosissimo, considerati i mezzi di trasporto di allora, veniva anche a danneggiare fortemente l’economia del paese, perché obbligava un buon numero di lavoratori ad assentarsi dalla cura dei campi. Tramite le loro autorità religiose, si rivolsero perciò alla Santa Sede, che concesse loro di commutare il voto con una solenne processione annuale a un altro santuario mariano. La scelta cadde sul nostro Santuario, costruito da poco. Nel 1615 fu dunque costruita la cappella con la pala dell’altare.

Qualche incertezza resta sulla cronologia del voto: lo studioso Elia Fornoni afferma di non aver potuto stabilire la data dell’inizio dei pellegrinaggi alla Madonna di Loreto, e tuttavia indica come occasione del voto formulato la pestilenza del 1514, per la verità senza produrre prove significative. Invece Vincenzo Chiesa, storico pedrenghese, nel suo bel libro Pedrengo nella nostra memoria (1999), ritiene di poter ipotizzare che si tratti del contagio del 1576-’77, noto come “peste di san Carlo”, citata anche da Alessandro Manzoni come precedente  dell’altrettanto orribile  pestilenza del 1629-’30.  Nelle cronache che parlano del voto, infatti, si fa menzione del celebre santuario di Loreto: non si parla, perciò, della santa casa di Maria, già conosciuta e venerata dal 1294, ma del santuario, la cui costruzione, con il palazzo apostolico e le mura, venne conclusa solo nel 1568. E’ molto probabile che il voto sia stato formulato quando il luogo santo aveva già raggiunto una certa notorietà. Comunque siano andate le vicende, dal 1615 i pedrenghesi raggiunsero il nostro Santuario ogni anno, la seconda domenica di settembre, in solenne pubblica processione, per ben trecentocinquant’anni.

Tale usanza, di cui qualche pedrenghese non più giovanissimo conserva la memoria,  continuò fino al 1962. Poi la processione fu interrotta, evidentemente per le mutate condizioni della viabilità, e per alcuni anni tanti fedeli di Pedrengo continuarono a recarsi nel Santuario, a piedi o con mezzi propri, ma non più in pubblica processione. Nel 1968 il vescovo di Bergamo, Clemente Gaddi, concesse  di poter nuovamente commutare il luogo della processione, e questa volta fu scelto il Santuario della Madonna del Buon Consiglio, in paese. Ma il legame con il nostro Santuario non è venuto meno: ogni anno, il 18 agosto, tra i primi stendardi schierati per la processione, si distingue il gonfalone del Comune di Pedrengo.

 

3 – I quadri del Sacro Cuore di Gesù e di Maria

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Sull’altare del transetto sinistro del Santuario, ai lati della pala della Madonna di Loreto, troviamo i due quadri del Sacro Cuore di Gesù e del Sacro Cuore di Maria, entrambi  oli su tela centinata, delle stesse dimensioni (mm. 1100 x 900). Le due opere, databili al XIX secolo, ed evidentemente concepite come complementari, al momento non sono attribuibili ad un Autore certo. Le raffigurazioni del Sacro Cuore di Gesù e di Maria sono molto frequenti nel nostro territorio e testimoniano una devozione molto ben radicata.

Le prime testimonianze del culto al Sacro Cuore provengono dall’ordine benedettino, già nel Medioevo (secoli XIII e XIV), ma la maggiore fioritura di tale devozione si ebbe nel 1600, ad opera di due importanti santi, cioè san Giovanni Eudes (1601-1680) e santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690).  Quest’ultima, monaca visitandina, ebbe, fra il 1673 e il 1675, quattro apparizioni del Sacro Cuore: durante la prima (27 dicembre 1673, festa di San Giovanni evangelista) Gesù la invitò a prendere il posto che san Giovanni aveva occupato durante l’Ultima Cena, e le disse, fra l’altro: “ Il mio divin Cuore è così appassionato d’amore per gli uomini che, non potendo più racchiudere in sé le fiamme della sua ardente carità, bisogna che le spanda …” 

Durante la seconda apparizione, l’anno seguente, il divino Cuore si manifestò su un trono di fiamme, più raggiante del sole e trasparente come cristallo, circondato da una corona di spine, simboleggiante le ferite inferte dai nostri peccati. 

La terza apparizione, un venerdì dopo la festa del Corpus Domini dello stesso anno 1674, fu forse la più significativa: Gesù si presentò alla santa tutto sfolgorante di gloria, con le sue cinque piaghe brillanti come soli: da tutta la persona fuoriuscivano fiamme, e soprattutto dal petto, simile a una fornace ardente: quando questo si aprì, rivelò il Cuore, sorgente di quelle fiamme. Gesù, lamentandosi dell’ingratitudine e della noncuranza degli uomini nei Suoi confronti, la sollecitò ad accostarsi alla Comunione il primo venerdì di ogni mese, e a prostrarsi con la faccia a terra dalle undici a mezzanotte nella notte fra il giovedì e il venerdì.

Durante la quarta rivelazione (16 giugno 1675) Gesù rivelò a Margherita di sentirsi ferito dalla irriverenza dei fedeli e dai sacrilegi degli empi. Chiese inoltre che il venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini fosse dedicato a una festa particolare per onorare il Suo Cuore, e che si facesse la Comunione per riparare alle offese da Lui ricevute. Indicò poi come esecutore di questa pratica devozionale il padre spirituale di Margherita, il gesuita san Claude de la Colombiere, grazie al quale la devozione al Sacro Cuore si propagò notevolmente.

Il culto si diffuse rapidamente nella Bergamasca, sovrapponendosi a quello, molto antico e molto sentito, delle cinque piaghe di Gesù, e particolarmente alla piaga del santo costato. Si ritiene che una delle più antiche e pregevoli testimonianze artistiche di tale devozione si trovi nella chiesa arcipresbiteriale di Clusone: si tratta di una bellissima statua lignea, proveniente, secondo alcuni critici, dalla bottega dei Fantoni di Rovetta e risalente al 1732: Gesù è raffigurato appunto nell’atto di scoprirsi il petto, dal quale escono fiamme.

 

3 – I quadri del Sacro Cuore di Gesù e di Maria

(seconda parte)

 

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Il culto del Sacro Cuore di Gesù, ampiamente testimoniato nel nostro territorio e, tra l’altro, nel nostro Santuario, dal quadro del transetto sinistro, nel corso del 1700 fu occasione di dispute accese all’interno della Chiesa di Bergamo. Mons. Gian Paolo Dolfin, Vescovo della nostra città, sin dagli inizi del suo episcopato (1777) si diede molto da fare per diffondere questa devozione, promuovendo la pratica del primo venerdì del mese e sostituendo nel calendario liturgico la festa delle cinque piaghe con quella del Sacro Cuore (1779).  Tutto questo fervore – sostenuto, tra l’altro, dall’ordine dei Gesuiti – fu però fortemente avversato da religiosi della nostra città vicini alle posizioni gianseniste, e specialmente dal battagliero padre Pujati, del convento di San Paolo d’Argon.

Il movimento giansenista, nato nel secolo precedente, aveva conosciuto una certa diffusione e aveva esercitato notevole influenza su tante persone, per lo più colte e sensibili, all’interno della Chiesa, poiché ricercava un rigore morale certamente encomiabile. Tuttavia già nel 1641 e 1642 era stato condannato dalle gerarchie ecclesiastiche come tendenzialmente eretico, in quanto, secondo posizioni vicine al Protestantesimo, eliminava quasi completamente il libero arbitrio dell’uomo di fronte alla Grazia divina, favorendo l’idea di una salvezza già predestinata. Su questo punto si contrapponeva vivacemente alla dottrina dei Gesuiti, che concepivano la salvezza come sempre possibile per gli uomini di buona volontà, e in generale non erano contrari a forme devozionali popolari, forse ingenue e fin troppo rassicuranti, ma molto umane e, comunque, non negative in sé.

I Giansenisti videro nella devozione al Sacro Cuore di Gesù una deprecabile forma di idolatria, e i toni divennero talmente aspri da sfociare in offese palesi al Vescovo e a gesti di empio vandalismo nei confronti di immagini rappresentanti il Sacro Cuore. La questione arrivò anche agli Inquisitori della repubblica di Venezia, allora signora della nostra città, che intimarono ai capi delle due parti di non parlare più per l’avvenire del culto in questione. Questo, tuttavia, continuò, soprattutto per la solerzia di alcuni religiosi bergamaschi riuniti nella congregazione detta del Collegio apostolico, molto impegnata nel campo dell’apostolato e dell’educazione della gioventù.

Dopo gli anni difficili seguiti alla rivoluzione francese la devozione al Sacro Cuore di Gesù si impose decisamente.

Connesso al culto del Cuore di Gesù, sempre nel 1600 si diffuse anche quello del Cuore di Maria: in particolare, nel 1699 padre Giovanni Pinamonti, a Firenze, diede alle stampe l’opuscolo Il Sacro Cuore di Maria Vergine, che, tradotto in varie lingue, ebbe grande successo. Tuttavia gli scontri violenti tra i cultori e i detrattori del Cuore di Gesù fecero passare, per così dire, in secondo piano la devozione al Cuore di Maria.

Placatesi, come si è visto, le varie polemiche, durante il 1800 le due devozioni tornarono a essere complementari, tant’è che, secondo il calendario liturgico, la festa del Cuore di Maria è assegnata al sabato che segue la festa del Cuore di Gesù, cioè al giorno dopo.

 

4 – Le  Via Crucis di Giuseppe Riva

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Lungo le pareti del nostro Santuario, com’è consueto in tutte le chiese, troviamo i quadretti rappresentanti le quattordici stazioni della Via Crucis. Si tratta di oli su tela di piccolo formato (mm. 7500×5100), opera di Giuseppe Riva (1861-1948), pittore residente nel nostro borgo in via del Caffaro, figlio di Battista, parimenti pittore, e collega di Ponziano Loverini.

Si dedicò a lungo al nostro Santuario, per il quale realizzò tutti gli affreschi della volta della navata, e cioè L’apparizione della stella il 18 agosto 1602, La presentazione di Gesù al tempio, La fuga in Egitto.

I quadretti della Via Crucis presentano un notevole realismo e una grande vivacità cromatica, caratteristiche tipiche dell’autore. Le quattordici stazioni sono quelle stabilite dalla tradizione:

1° Stazione – Gesù è condannato a morte

2°Stazione – Gesù è caricato della croce

3° Stazione – Gesù cade per la prima volta

4° Stazione – Gesù incontra sua Madre

5° Stazione – Gesù aiutato dal Cireneo a portare la croce

6° Stazione – Gesù incontra la Veronica

7° Stazione – Gesù cade la seconda volta;

8° Stazione – Gesù incontra le donne di Gerusalemme

9° Stazione – Gesù cade per la terza volta

10° Stazione – Gesù è spogliato delle vesti

11° Stazione – Gesù è inchiodato sulla croce

12° Stazione – Gesù muore in croce

13° Stazione – Gesù è deposto dalla croce

14° Stazione – Gesù è deposto nel sepolcro

La celebrazione della Via Crucis, molto comune nei venerdì di Quaresima, è probabilmente da far risalire all’ordine francescano.  Originariamente la vera Via Crucis prevedeva la necessità di recarsi materialmente a Gerusalemme, nei luoghi della Passione di Gesù, il che era praticamente impossibile alla maggior parte dei fedeli.  I pellegrini di ritorno dalla Terrasanta, e in particolare i Frati minori francescani, che dal 1342 avevano la custodia dei luoghi santi in Palestina, diffusero la pratica di rappresentare tramite quadri  la sequela dei vari momenti della Passione, così da permettere a tutti di rivivere con intensità  le sofferenze di Cristo.  Tra il 1600 e il 1700 tale culto si diffuse in maniera capillare in tutte le chiese.

Da ricordare è anche che l’ordine delle stazioni non è tassativo e che, addirittura, da autorevoli fonti sono stati suggeriti altri schemi di Via Crucis, che contemplino cioè esclusivamente episodi presenti nel Vangelo, ed eliminando perciò quelli di carattere devozionale, quali le cadute di Gesù sotto la croce o l’incontro con Veronica.

Da ricordare, infine, è che talvolta la Via Crucis viene terminata con una quindicesima stazione, cioè la Resurrezione di Gesù. Chi aggiunge quest’ultima stazione vorrebbe evitare, contemplando la Passione, di  considerare come atto finale la morte di Cristo. Di solito, però, nel rispetto della tradizione, si evita questa stazione, e si preferisce annunciare la Resurrezione in qualche riflessione o preghiera finale.

 

5 – L’ex-voto per i fatti del 1705

 

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Tra i dipinti dell’’altare della Madonna di Loreto, sulla parete sud troviamo un ex-voto, un olio su tela di notevoli dimensioni (mm. 1400 x2400), in ricordo degli avvenimenti del 1705.

Nel 1701 aveva avuto inizio la lunga guerra per la successione al trono di Spagna, che vedeva come principali contendenti la casa di Borbone e la casa di Asburgo. La repubblica di Venezia, che allora governava la nostra città, nonostante le pressanti insistenze di aiuto delle due parti rivali, si dichiarò assolutamente neutrale, ma in tal modo espose il territorio e i suoi abitanti al rischio di  passaggi di truppe, che non di rado si risolsero in sanguinose battaglie. Talora le popolazioni, armatesi per la difesa, reagirono energicamente  e non senza qualche successo (nell’autunno del 1701 a Botta di Sedrina, per esempio), ma il più delle volte dovettero subire le violenze e le intemperanze dei soldati di ventura, interessati per lo più al saccheggio.

All’inizio di luglio del 1705 si verificò appunto nella Bergamasca un rovinoso passaggio di truppe, prima francesi, poi austriache, che si sarebbero in seguito scontrate a Cassano il 16 agosto. Il nostro borgo non ebbe però a subire alcun tipo di disturbo, e, tenuto conto dei disagi e delle ruberie patite da tante altre zone, si parlò apertamente di un miracolo ottenuto dalla Madonna Addolorata.

Effettivamente non si possono accusare di esagerazione gli abitanti del tempo, se si considerano le cronache di quegli avvenimenti, riportate da Bortolo Belotti nell’opera Storia di Bergamo e dei Bergamaschi. Vennero infatti registrati ingentissimi danni a Gandosso, Marne, Bonate, Chignolo, Osio Sopra, Cologno, Mornico, e non vennero certo risparmiati i luoghi sacri, né rispettati i sacerdoti.

Per citare un esempio, don Evangelista Brolis, allora parroco di Madone,  così ricorda i danni patiti dalla sua sventurata chiesa: 13 agosto 1705 venne una gran moltitudine di Germani et Prussiani in foraggio che assassinarono tutta la terra, chiesa, et mia casa et dei miei parrocchiani… cinquecento a me, et con gli altri scudi ottomila, calici, patene, vasi sacri, sette pianete nuove, un piviale nuovo, due baldacchini, camici bellissimi sei, cotte diciotto, tovaglie trenta, cera, oglio, panno… E fu tale il svaliggio che fu totale desolazione; tantoché non si poteva celebrare o ministrare, se la pietà massima, commendabilissima di tutto il mondo e degna di premio eterno dell’Altissimo e di Mons. Ill. e Rev. Vescovo di Bergamo Luigi Ruzzini non avesse cominciato a provvedere il necessario delle suppellettili sacre, et di più soccorso anco i popoli con larghissime profusissime elemosine…

A quanto pare, il ricordo di questa particolare grazia della Madonna perdurò a lungo: si ha motivo di pensare, infatti, che il quadro sia stato realizzato circa un secolo dopo il fatto descritto, probabilmente nello stesso periodo dell’altro ex-voto, che ricorda i fatti del 1799: i due quadri, infatti, presentano analogie tali da far pensare che siano stati pensati come complementari dallo stesso autore (forse  Marco Gozzi, vissuto tra il 1759 e il 1839). Come nell’altra tela, la scena è raffigurata con grande realismo e attenzione ai particolari: in primo piano appaiono i soldati con i cavalli scalpitanti, mentre gli abitanti si aggirano intimiditi tra le truppe; sullo sfondo stanno due file di case; si riconoscono il campanile della chiesa dei Celestini e, davanti al santuario, la colonna, che ora sta invece all’inizio del sagrato. In alto, in cielo, si vede l’Addolorata, vigile sui suoi fedeli.

Il cartiglio, in basso a sinistra, indica la motivazione dell’ex-voto: Voto Fatto dalla Contrada per la – preservazione Della Medesima. Grazia – Preziosissima Ricevuta Da questa – Vergine Nel tumultuoso Pasagio – Delle Armate Francesi e Alemanne – Per Borgo S. Catterina. – Adì primo Lulio 1705.

 

6 – Il sudario di Veronica

 

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Nel transetto sinistro del Santuario, nella lunetta posta sopra la grande tela della Madonna di Loreto, troviamo un affresco circolare, del diametro di due metri, noto come Il sudario di Veronica, incorniciato da una decorazione pure di forma circolare (medaglione). L’opera è del pittore Giovanni Pezzotta, che, nato ad Albino nel 1838, studiò all’Accademia Carrara, dopodiché visse nel nostro borgo fino alla morte, avvenuta nel 1911. Famoso anche come ritrattista, lavorò molto per il nostro Santuario, realizzando numerosi affreschi.

Quello di cui ci occupiamo raffigura due angeli che mostrano una tela sulla quale è dipinto il volto di Cristo. L’episodio della donna di nome Veronica che asciuga il volto di Gesù, durante la sua salita al Calvario, con un panno che poi conserverà impressa l’effigie del Salvatore non è contenuto in nessuno dei Vangeli canonici. In uno dei Vangeli apocrifi (cioè non riconosciuti dalla Chiesa come Parola di Dio), il Vangelo di Nicodemo, detto anche Atti di Pilato – presumibilmente composto in più momenti fra il secondo e il quinto secolo d. C.-, però, si parla di una donna, Bernice, che, al processo contro Gesù, cerca di testimoniare in difesa di Lui affermando di essere stata guarita dalle continue emorragie solo toccandogli il mantello: si tratterebbe, pertanto, dell’emorroissa di cui parla il Vangelo di Luca, senza però citarne il nome.

Il nome di Veronica è la traduzione latina di Bernice (o Berenice) che in greco significa “portatrice di vittoria” e che fu piuttosto diffuso in età ellenistica. Nel passaggio dal greco al latino, però, l’assonanza del nome Veronica con vera icona (cioè vera immagine) generò nella fantasia popolare la leggenda della vera immagine di Cristo impressa sul velo di Veronica, la quale fu poi venerata come una delle pie donne che seguirono la crocifissione di Gesù e ricordata nella sesta stazione della Via crucis. Dal tredicesimo secolo in poi in San Pietro, a Roma, si venerò un’immagine del volto di Cristo impressa su una tela, detta velo della Veronica, che gli studiosi per lo più identificano con un’icona tardo-bizantina tuttora lì conservata, anche se ora molto malridotta e difficilmente decifrabile.

Alla devozione nei confronti di questa reliquia fanno riferimento, tra gli altri, Dante Alighieri e Francesco Petrarca. Particolarmente significativa è la testimonianza di Dante, nel trentunesimo canto del Paradiso (v. 103 sgg.): il poeta, giunto nell’Empireo, contempla San Bernardo, mandatogli a prepararlo alla visione di Dio, e paragona il suo stupore estatico a quello del pellegrino che, partito da Paesi lontani, non sa staccare gli occhi dall’immagine venerata del volto di Cristo:

Qual è colui che forse di Croazia

viene a veder la Veronica nostra,

che per l’antica fame non sen sazia,

ma dice nel pensier, fin che si mostra:

“Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,

or fu sì fatta la sembianza vostra?”

 

7 – Il Rosario

Devozioni mariane

Come è noto, il mese di Ottobre è dedicato alla Madonna e particolarmente alla pratica devozionale del Rosario, assai radicata nella tradizione. Il nome rosarium , che significa rosaio, a partire dal 1200 acquisì il significato religioso di preghiere mariane che formano una sorta di corona, (= ghirlanda), di rose offerte alla Madonna, con riferimento al fiore mariano per eccellenza, cioè la rosa. Le sue origini sono tardomedievali: fu diffuso dalle Confraternite del San­to Rosario, fondate da Pietro da Verona, santo dell’ ordine dei Frati Predicatori (1205-1252). La preghiera consiste in tre serie (chiamate poste) di cinquanta Ave Maria divise a gruppi di dieci (decine) relative alla meditazione dei “mi­steri” (eventi o momenti significativi della vita di Gesù e di Maria), suddivisi in gaudiosi, dolorosi e gloriosi. La pre­ghiera completa prevede la contemplazione di tutti e quin­dici i misteri, per un totale di centocinquanta Avemarie, ai quali si possono aggiungere anche i cinque misteri lumi­nosi, o della luce, introdotti nel 2002 da Giovanni Paolo II.

Ancor più antica, anche se in genere meno conosciuta, è la pratica della recita della coroncina dei sette dolori di Maria. Dalla lettura dei Vangeli i cristiani hanno individuato sette dolori (originariamente cinque, rappresentati da cinque spa­de) affrontati da Maria durante la sua vita:

1) La profezia del vecchio Simeone, che preannuncia a Ma­ria, nel corso della presentazione del Bambino Gesù al tempio, la grande sofferenza che dovrà sopportare (Luca 2,34-35)

2) La fuga in Egitto della Sacra Famiglia, in seguito alla persecuzione di Erode (Matteo 2, 13-21)

3) La perdita del Bambino Gesù nel tempio a Gerusalemme (Luca 2, 41-51)

4) L’incontro di Maria e Gesù lungo la Via Crucis (Luca 23, 27-31)

5) Maria ai piedi della croce dove Gesù è crocifisso (Gio­vanni 19, 25-27)

6) Maria accoglie tra le sue braccia Gesù morto (Matteo 27, 55-61)

7) Maria vede seppellire Gesù (Luca 23, 55-56).

La devozione alla Vergine Addolorata si sviluppò a partire dall’ XI secolo, con un primo cenno ai dolori di Maria. Nel corso del XII secolo, anche in seguito ad apparizioni del­la Madonna, si ebbe un incremento di tale culto, ricordato anche dal celeberrimo Stabat Mater, attribuito a Jacopone da Todi.

La data precisa della storia di tale devozione, tuttavia, è il 15 agosto 1233: in quel giorno sette nobili fiorentini, iscritti all’Arte dei Mercanti, poeti-attori e particolarmente devoti a Maria, mentre esprimevano il loro amore alla Madonna davanti a un’immagine dipinta sulla parete di una strada, improvvisando alla maniera degli amatori nei confronti della donna amata, videro l’immagine animarsi e apparire addolorata e vestita a lutto. Ritenendo che la Vergine sof­frisse per la discordia che in quegli anni dilaniava la città di Firenze, i sette giovani gettarono le armi, si vestirono a lutto, istituirono la compagnia di Maria Addolorata, detta dei Serviti, o Servi di Maria, e si ritirarono in penitenza e preghiera sul Monte Senario.

 

8 – L’affresco del ritrovamento di Gesù nel tempio

 

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Sulla volta dell’altare della Madonna di Loreto, nel transetto sinistro del Santuario, sopra il medaglione del Velo di Veronica, si trova un’altra opera dello stesso Autore, Giovanni Pezzotta (1838-1911), abitante per molti anni nel nostro borgo. Si tratta dell’affresco raffigurante il ritrovamento di Gesù nel tempio, episodio noto anche come Gesù fra i dottori.

Nel centro della scena appare Gesù giovinetto, mentre Maria e Giuseppe gli si fanno incontro; tutt’intorno stanno dei curiosi, mentre, a destra, si distingue un gruppo di dottori, evidentemente sorpresi e imbarazzati di fronte all’inaspettata preparazione teologica del giovanissimo interlocutore. Con una grande vivacità, che non tiene troppo conto della verosimiglianza storica, il pittore ha ritratto un anziano dottore che inforca gli occhiali per meglio esaminare il libro delle Scritture.

L’episodio è citato dal Vangelo di Luca (2,41-51): all’età di dodici anni Gesù si recò con Maria e Giuseppe a Gerusalemme, ma, all’insaputa dei genitori, nel giorno del loro ritorno si fermò nel Tempio per intrattenersi con i Dottori della Legge. Maria e Giuseppe, credendolo nella carovana dei pellegrini, si accorsero solo dopo un giorno di cammino dell’assenza di lui, e tornarono a Gerusalemme a cercarlo. Dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, intento a conversare con gli anziani, meravigliati, data la sua giovane età, della sua conoscenza delle Scritture.  Ammonito dalla madre, Gesù replicò:  “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”.  Dopo questo episodio, tuttavia, il ragazzo ritornò con la famiglia a Nazareth, dove avrebbe vissuto tranquillamente fino ai trent’anni.

Al di là del significato teologico del racconto (Gesù prende coscienza della sua missione, ancora ignorata da Maria e Giuseppe; i tre giorni trascorsi nel Tempio prefigurano quelli che trascorreranno tra la sua morte e la sua resurrezione), dal punto di vista storico non vi sarebbe alcunché di incredibile, a parte la sua durata temporale: secondo fonti ebraiche riferentesi a un periodo di poco successivo alla vita di Cristo, poco prima del compimento dei tredici anni – età che ancor oggi segna la maturità religiosa per un adolescente – i fanciulli si recavano al Tempio di Gerusalemme,  dove avevano la possibilità di incontrare i dottori della Legge e di dialogare con loro.

La storia del ritrovamento di Gesù nel tempio è l’unico episodio narrato dai Vangeli canonici  sulla tarda infanzia del Redentore, e fu ripreso dalla letteratura tardo cristiana nell’apocrifo Vangelo di Tommaso: le differenze rispetto al Vangelo di Luca sono poche, salvo  l’aggiunta dell’intervento dei farisei, che chiedono a Maria se sia lei la madre del bambino e si complimentano per  la saggezza e l’eccellenza del giovanissimo figlio.

La devozione mariana, sottolineando la grande gioia che Maria dovette provar in tale occasione, ma anche l’enorme apprensione per l’assenza del figlio e poi lo smarrimento di fronte alle parole di lui, apparentemente poco riguardose, ricorda l’episodio come quinto dei misteri gaudiosi del Rosario  e contemporaneamente come terzo dei dolori di Maria.

 

9 – I due angeli e le due statue nell’altare della Madonna di Loreto

 

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A completamento delle opere presenti nell’altare della Madonna di Loreto, nel transetto sinistro del Santuario, ricordiamo in primo luogo altri due affreschi di Giovanni Pezzotta (1838-1911), autore anche di altre opere posizionate nel medesimo luogo, cioè Il ritrovamento di Gesù nel tempio e Il velo di Veronica. Si tratta di due angeli, l’uno con le braccia aperte e l’altro con le mani giunte, assai simili, nella raffigurazione, a quelli presenti nel Velo di Veronica, al quale fanno da contorno.

Alla destra e alla sinistra dell’altare, poi, troviamo due delle dodici statue in stucco bianco che, racchiuse ognuna nella propria nicchia, ornano il Santuario. Queste statue, opera di Antonio Rota, scultore operante a Genova ma di origini bergamasche, composte tra la fine dell’ Ottocento e l’inizio del Novecento, sono in stile classicheggiante e rappresentano personaggi della Bibbia e della Tradizione: lungo le pareti si trovano i profeti Isaia e Geremia; i teologi medievali e dottori della Chiesa san Bernardo e san Bonaventura; i genitori di Maria, Anna e Gioachino; san Giuseppe e san Giovanni Battista; gli evangelisti Matteo e Giovanni.

Le due statue collocate all’interno del nostro altare sono femminili e presentano alla base dei nomi probabilmente non a tutti familiari: MATER MACAB (eorum) e SUNAMITIS.

 

ROTA ANTONIO Santuario 2                                     ROTA ANTONIO Santuario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono entrambe figure dell’ Antico Testamento: la prima è la madre dei fratelli Maccabei, ricordata dal secondo degli omonimi libri della Bibbia (Maccabei 2,7): questi fratelli, sette, subirono il martirio, probabilmente nel 168 a. C., da re Antioco Epifane di Siria, il quale intendeva ellenizzare la Giudea, terra da lui governata, e pertanto sradicare ogni culto religioso ebraico. La loro madre subì il martirio con loro, anzi, fu costretta ad assistere ai crudeli patimenti dei figli, per poi essere messa a morte per ultima.

L’altra figura è la sposa, la bella fra le donne, del meraviglioso Cantico dei Cantici, poemetto lirico che parla dell’amore tra due giovani, la sposa, appunto, e lo sposo. In un passo dell’opera (7,1) la sposa è chiamata Sulamite, che significa pacifica, e può essere considerato il femminile di Salomone, il pacifico. Sunamite, nome attestato varie volte nelle diverse edizioni dell’operetta, è probabilmente una corruzione, dovuta alla presenza, in altri passi della Bibbia, di tale nome, che significa donna della città di Sunam (nel secondo libro dei Re è citato a proposito di una fanciulla che assistette re David ormai molto anziano).

L’Antico Testamento qui prefigura il Nuovo: la madre dei Maccabei, che vede morire i propri figli, avendo però piena consapevolezza della loro fedeltà al Signore, è figura di Maria, che vede morire Gesù nell’obbedienza al Padre; la fanciulla del Cantico dei Cantici è ancora Maria, considerata la sposa dello Spirito Santo.

 

10 – La statua del profeta Isaia

 

Statua Isaia di Antonio Rota 00

Dopo che, a proposito delle opere d’arte presenti nel transetto sinistro del nostro Santuario, sono state nominate le due statue che vi compaiono – la madre dei fratelli Maccabei e Synamite -, è opportuno continuare a elencare le altre statue presenti nella chiesa. Queste dodici statue, opera dello scultore Antonio Rota e databili ai primi anni del Novecento, sono tutte in stucco bianco, presentano uno stile classicheggiante e sono disposte, racchiuse ciascuna in una nicchia, lungo le pareti e negli altari laterali, a formare una sorta di ideale processione.

Partendo dall’ingresso principale, alla destra e alla sinistra di esso troviamo, quale inizio simbolico di un cammino che dall’Antico Testamento porta fino al Nuovo, due dei profeti maggiori, Isaia e Geremia.

Il profeta Isaia, nato intorno al 765 a.C., era un sacerdote della tribù di Levi.  Di nobile famiglia, aveva libero accesso a corte, dove era una sorta di profeta di palazzo. Nel 740 ebbe, nel tempio di Gerusalemme, una visione in cui il Signore lo invitava ad annunciare la rovina di Israele. Effettivamente i tempi in cui egli visse non erano certo facili: oltre all’instabilità politica, dovuta alle mire espansionistiche degli Assiri – che di lì a qualche anno avrebbero assoggettato lo Stato di Israele -, regnava una profonda corruzione morale: pratiche superstiziose e pagane si accompagnavano a immoralità e ingiustizie sociali. Lo stesso culto reso a Dio nel Tempio era più formale che sentito, e la fede dei padri languiva sempre più.

In tale ambiente Isaia annunciò il suo messaggio, certamente poco gradito ai più, sferzando severamente le colpe individuali e collettive, usando rimproveri e minacce, ma soprattutto cercando di inculcare una fede illimitata in Dio, unico sostegno e salvatore.

Dopo l’invasione assira, intorno all’anno 700 a.C., del profeta si perdono le tracce: secondo una tradizione ebraica, sarebbe stato arrestato e condannato a morte dall’empio sovrano Manasse, forse, secondo quanto riporta un Vangelo apocrifo, in un modo particolarmente atroce, cioè sarebbe stato segato in due.

L’opera di Isaia si compone di sessantasei capitoli, ed è normalmente divisa in due grandi parti, di cui la prima è detta Libro dei giudizi di Dio e la seconda Libro della consolazione.

Isaia è spesso ricordato nella liturgia della Chiesa per le sue parole che profetizzano l’avvento di un Messia e Redentore: tali profezie fanno riferimento alla nascita del Messia (7: … Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio e gli darà nome Emmanuele) o anche alla sua patria (8: … così nei tempi a venire coprirà di gloria la terra vicino al mare, di là dal Giordano, la Galilea dei Gentili; il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce…).

Forse ancor più note sono le profezie, ricordate spessissimo durante la Quaresima, circa un “giusto sofferente”, identificato dalla Chiesa con il Cristo, vittima innocente consegnatasi volontariamente alla morte: Isaia 53,3 … disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo dei dolori, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno nasconde la faccia, era disprezzato, e noi non ne avevamo stima alcuna; 53,7: … maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì a bocca; come l’agnello condotto al macello, come pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca; 50,6: Io ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva e le guance a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio volto agli insulti e agli sputi; 53,12: … Perciò io gli darò in premio le moltitudini, … perché ha dato se stesso alla morte ed è stato contato con i malfattori; perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli… 

Il profeta Isaia è venerato dalla Chiesa cattolica come santo ed è celebrato il 9 maggio.

 

11 – La statua del profeta Geremia

 

Rota Antonio. Statua di Geremia.

All’entrata del Santuario, sul lato sinistro, proprio di fronte alla statua di Isaia, troviamo l’altro grande profeta, Geremia, scultura in stucco bianco dello stesso autore, Antonio Rota. La statua, come del resto le altre undici presenti nella chiesa, è piuttosto convenzionale e non facilmente distinguibile dalle rimanenti, nonché da molte simili presenti in varie chiese della nostra città, ma il suo significato è assai chiaro: i due profeti maggiori sono l’inizio ideale di un cammino che percorre l’intera storia della salvezza culminata in Gesù.

La vita del profeta ci è sufficientemente nota dalle sue stesse opere (il libro, appunto, di Geremia, contenuto nell’Antico Testamento): nato intorno al 650 a.C., è giovanissimo quando, nel tredicesimo anno del regno di Giosia (626),  riceve da Dio la chiamata a essere profeta. Da quel momento rinuncia alla sua vita privata e, per ordine del Signore, anche al matrimonio, e si mette a completa disposizione del saggio re Giosia, impegnato nella lotta all’idolatria e nella difesa dei diritti di Jahvé, spesso offeso e abbandonato dal suo popolo.  Alla morte del re, Geremia ne prende il posto come difensore di Dio, richiamando i suoi connazionali alla fedeltà all’alleanza e predicendo con insistenza la venuta di un nemico dal Nord (che si concretizzerà poi nel babilonese Nabucodonosor), la caduta e la distruzione della città, la rovina del Tempio e poi l’esilio.

Ma il popolo non lo ascolta: in questo momento il regno di Giuda gode di una relativa tranquillità, dovuta più che altro al momentaneo disinteresse dei suoi potenti vicini, cosicché gli ammonimenti del profeta gli attirano l’odio generale, persecuzioni, minacce di morte e prigionia. Particolarmente ostile a Geremia è il re Sedecia, che, perfino quando i babilonesi stanno già assediando la città, considera il profeta un disfattista e lo fa gettare in una cisterna fangosa, perché non abbatta il morale dei soldati impegnati nella difesa.  Gerusalemme cade nel 586, il suo tempio è bruciato, il sovrano è costretto ad assistere all’uccisione dei suoi figli e infine accecato, la popolazione è deportata a Babilonia. Geremia è risparmiato e lasciato vivere tra le rovine della città, dove continua a predicare. Secondo la tradizione, tuttavia, viene catturato dai suoi denigratori e condotto in Egitto, dove morirà, forse lapidato dai suoi connazionali, esasperati dai  continui rimproveri.

Geremia, profeta della bontà e della tenerezza di Dio, richiama alla mente la figura del Messia: non perché ne abbia parlato in modo particolare, ma perché ne ha prefigurato, nella propria vita, i contrasti, le disillusioni, le persecuzioni e la passione. Geremia, mentre piange e deplora l’ingratitudine del suo popolo infedele, parla però anche di una Nuova Alleanza stipulata da Dio con un popolo rinnovato: Io stesso radunerò le mie pecore da tutti i paesi dove le ho disperse, e le farò tornare ai loro pascoli, ove cresceranno e si moltiplicheranno, Susciterò in mezzo a loro dei pastori che le pasceranno… Ecco, stanno per venire giorni, dice il Signore, nei quali io susciterò a Davide un suo discendente giusto, un vero re che regnerà con sapienza, praticherà la giustizia e il diritto sulla terra. Nei suoi giorni Giuda sarà salvo e Israele vivrà nella sicurezza. E questo è il nome con cui sarà chiamato: “Jahvé-nostra-giustizia” (23,3). 

Geremia è considerato santo dalla Chiesa cattolica e ricordato il 1° maggio.  Nel nostro Santuario, in una vela sotto la cupola maggiore, il profeta è raffigurato anche nell’affresco di Giovanni Pezzotta.

 

12 – La statua di San Bernardo

 

San Bernardo - 0190855

Avanzando dall’ingresso all’interno del Santuario, al di sopra delle entrate laterali troviamo, l’una di fronte all’altra, le statue di due santi medievali e dottori della Chiesa, San Bernardo e San Bonaventura. Sono, come anche le altre dieci statue, in stucco bianco, opera dello scultore Antonio Rota.

Sul lato sinistro abbiamo San Bernardo: nato nel 1090 nei pressi di Digione, in Francia, era uno dei sei figli di un nobile borgognone. Nel 1113, dopo un periodo di incertezze, decise di entrare nel nuovo monastero di Citeaux, aderente all’ordine cistercense, convincendo quattro dei suoi fratelli e altri ventisette amici a seguirlo. Due anni più tardi fu mandato a fondare una nuova casa a Chiaravalle, nella Champagne: questa si accrebbe e prosperò tanto da dare vita a più di sessanta “case- figlie” anche in Inghilterra e in Irlanda.

Nonostante il carattere timido e la salute assai cagionevole, Bernardo si fece presto conoscere per la sua dottrina e la forza d’animo, tant’è che fu coinvolto negli affari pubblici che in quel tempo interessavano, e non di rado laceravano, la Chiesa. In primo luogo partecipò al lungo ed estenuante conflitto fra cistercensi e cluniacensi: questi ultimi erano accusati dai rivali di avere travisato gli insegnamenti del fondatore San Benedetto assumendo uno stile di vita troppo rilassato e sprezzante del lavoro materiale, quando non, addirittura, mondano e sfarzoso: i cistercensi pertanto sostenevano la necessità di un ritorno alla sobrietà, e avevano inoltre, come segno distintivo del loro ordine, una fervida devozione alla Madonna. Neppure l’autorità papale era motivo di stabilità, anzi, talora l’elezione di un Papa provocava come reazione immediata l’elezione di un altro Pontefice, esponente degli interessi politici differenti, come avvenne nel 1130, con l’elezione di Innocenzo II, rifiutato da parte dei cardinali, che gli opposero Anacleto II. San Bernardo fu poi personalmente impegnato in una vera e propria lotta contro il filosofo e teologo Pietro Abelardo, forse la mente più brillante dell’epoca, che egli arrivò ad accusare – con qualche ragione, in verità, – di eresia. Bernardo mostrò inoltre grande durezza anche negli attacchi al lusso del clero e alla persecuzione degli ebrei e, quando nel 1145 salì al soglio pontificio Eugenio II, ex monaco di Chiaravalle, dedicò al nuovo Papa uno straordinario trattato sui doveri dell’ufficio papale, in cui, una volta di più, condannava gli abusi della curia romana.

Il santo conobbe anche clamorose umiliazioni, come quando, inviato dal Papa, cercò di stimolare l’entusiasmo, in Francia e in Germania, per la seconda crociata: l’esito fu però un clamoroso fallimento militare, che fu addebitato in buona misura a lui.

San Bernardo fu uno scrittore prolifico: le sue lettere, il trattato Dell’amore per Dio e i sermoni scritti per i suoi monaci sul Cantico dei cantici sono le sue opere più famose. Nei suoi scritti e nella sua predicazione fece largo uso della Bibbia, allo scopo, come egli stesso affermava, di raggiungere i cuori della gente. Il carattere affettivo dei suoi scritti e la sua devozione hanno conquistato al santo l’ammirazione in tutti i tempi, anche in quelli moderni, e tra persone di tutte le fedi. Presto gli venne conferito il titolo di doctor mellifluus (= dottore dolce come il miele), tant’è che il suo emblema è l’alveare.

Dante Alighieri, grande ammiratore di Bernardo, di cui apprezza la natura mistica ma al contempo combattiva, nonché la profonda umiltà, lo inserisce nel Paradiso (31° capitolo), come ultima guida mandatagli in aiuto da Beatrice. Al santo Dante mette in bocca una meravigliosa preghiera rivolta alla Vergine, da lui intensamente amata: la Madonna è ricordata, tra l’altro, come potentissima soccorritrice del genere umano: Donna, se’ tanto grande e tanto vali,/ che qual vuol grazia e a te non ricorre/ sua disianza vuol volar sanz’ali (Paradiso, XXXIII, 13-15).

San Bernardo da Chiaravalle è ricordato dalla Chiesa cattolica il 20 agosto.

 

13 – La statua di San Bonaventura

 

A.Rota. Statua di s. Bonaventura 1

Sopra l’entrata laterale a destra, di fronte alla statua di san Bernardo da Chiaravalle, troviamo l’altro Padre della Chiesa medievale, san Bonaventura da Bagnoregio, opera, anche questa, dello scultore Antonio Rota.

Il santo, il cui nome era Giovanni Fidanza, secondo la tradizione sarebbe stato guarito da piccolo da san Francesco d’Assisi, il quale avrebbe esclamato, vedendolo: “Oh, bona ventura!”, lasciandogli per il resto della vita questo secondo nome. Trasferitosi molto presto a Parigi per motivi di studio, ebbe tra i suoi maestri Alessandro di Hales, che seguì nell’ordine francescano. Egli stesso insegnò e predicò per molti anni a Parigi, occupandosi della soluzione di alcuni dei problemi che allora impegnavano maggiormente le menti degli studiosi cristiani: recuperò, per esempio, il pensiero di sant’Agostino, combatté l’aristotelismo ancora imperante nelle università e difese con energia i frati mendicanti.

Nel 1257 fu scelto come ministro generale dei francescani, che cercò di mantenere uniti, opponendosi sia a correnti, come quella di Gioacchino da Fiore, che volevano accentuare la povertà assoluta dell’ordine, sia a quelle che tendevano a una maggiore mondanizzazione dell’ordine stesso. Esercitò il suo ministero con tanto zelo e riportò un tale successo da essere considerato il più grande dei frati minori dopo san Francesco d’Assisi e, per così dire, un secondo fondatore.

Nel 1265 rifiutò l’arcivescovado di York, ma otto anni più tardi venne nominato cardinale vescovo di Albano e, grazie a questa carica, partecipò al secondo concilio di Lione, che riuscì a riconciliare, anche se per breve tempo, la Chiesa orientale con quella romana. Bonaventura morì nel 1274, durante lo svolgimento del concilio, e fu sepolto a Lione. Dopo circa due secoli il suo braccio destro venne trasportato come reliquia a Bagnoregio, dove, sistemato nella cattedrale di san Nicola e noto come “braccio santo”, resta oggi l’unica sua reliquia, poiché nel 1562, nel corso delle terribili lotte tra cattolici e protestanti che insanguinarono la Francia, i suoi resti a Lione furono profanati e dispersi dagli ugonotti. Egli era un uomo di altissima erudizione intellettuale, ma era solito dire che l’amore e la fede sincera di una persona sciocca potevano essere ben più grandi di quelli di un uomo coltissimo. Un aneddoto che testimonia la sua semplicità racconta che, quando gli portarono il cappello da cardinale, chiese ai legati di appenderlo a un albero lì vicino, perché stava lavando i piatti e aveva le mani bagnate e unte.

Lasciò molte importanti opere di filosofia, teologia e misticismo, tra le quali ebbero notevole rilevanza sui contemporanei la Legenda major e la Legenda minor sancti Francisci. Dante Alighieri colloca san Bonaventura in Paradiso, nel cielo del Sole (XII capitolo), dove hanno sede gli spiriti sapienti: il santo, francescano, tesse le lodi di san Domenico, mentre nel capitolo precedente san Tommaso d’Aquino, domenicano, aveva pronunciato l’elogio di san Francesco. San Bonaventura è chiamato anche doctor seraphicus e ha come emblema un cappello di cardinale.

La Chiesa lo ricorda l’11 luglio.

 

14 – La statua di San Giuseppe

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Nel transetto destro del Santuario troviamo quattro statue, sempre dello scultore Antonio Rota, dedicate a personaggi particolarmente vicini al mistero di Maria: Giuseppe, Giovanni Battista, gli evangelisti Matteo e Giovanni.

Incominciamo con Giuseppe, sposo di Maria e quindi padre adottivo di Gesù. Tutto quel che si sa di lui si trova nei Vangeli (Matteo e Luca), ma il santo compare anche in un Vangelo apocrifo, il Protovangelo di Giacomo, l’autore del quale si presenta come Giacomo, fratello di Gesù e figlio di Giuseppe e di una sua precedente moglie. L’operetta, tuttavia, dagli studiosi viene considerata successiva al 150 d.C. e, come tanti scritti apocrifi, indulge sovente a toni straordinari e miracolistici. Si racconta tra l’altro che Giuseppe, già anziano e vedovo, avrebbe ricevuto in sposa Maria, giovinetta addetta al servizio del tempio, per scelta precisa di Dio: dal suo bastone, infatti, sarebbe uscita una colomba che, posatasi sul capo di lui, lo avrebbe indicato come futuro sposo della ragazza, al cospetto di tutti i sacerdoti del tempio.

Non vi è però ragione di supporre che non fosse giovane quando si fidanzò con Maria. Era inoltre della stirpe di Davide, carpentiere e “uomo giusto”. Come narra il Vangelo, la sua costernazione nel sapere incinta la fidanzata prima della loro convivenza fu dissipata da una visione angelica, in seguito alla quale egli la prese in moglie. Dopo la nascita di Gesù a Betlemme fu avvertito, di nuovo in sogno, prima di rifugiarsi in Egitto con il bambino e Maria, poi di tornare in Israele in seguito alla morte di Erode. Per motivi di sicurezza, tuttavia, non si fermò in Giudea ma proseguì per la Galilea, a Nazaret. Ritroviamo di nuovo Giuseppe nell’episodio del ritrovamento di Gesù dodicenne nel tempio, dopodiché di lui scompare ogni traccia: si può congetturare che egli sia morto prima dell’inizio della vita pubblica del figlio (non compare nelle nozze di Cana), dopo essere stato una buona guida per Gesù, probabilmente anche nell’insegnargli il mestiere di falegname.

I pochi dettagli contenuti nelle Scritture ci danno l’impressione di un uomo giusto ed equilibrato .

Il numero dei devoti di san Giuseppe, uomo umile e schivo, è grande e ricco di nomi illustri: santa Teresa d’Avila diceva che qualunque grazia si domandi a san Giuseppe verrà certamente concessa; Pio IX lo proclamò patrono della Chiesa universale; san Giovanni XXIII, nel salire al soglio pontificio, accarezzò l’idea di assumere il nome di Giuseppe, data la sua particolare devozione al santo, ma abbandonò poi il proposito poiché il nome non era mai stato usato da nessun altro Pontefice; san Giovanni Paolo II, che lo pregava ogni giorno, nel 1989 scrisse in suo onore l’esortazione apostolica Redemptoris custos (= custode del Redentore); nel 2013 Benedetto XVI (che porta il nome di Battesimo di Joseph) stabilì che, in tutte le preghiere eucaristiche del rito romano, accanto alla Beata Vergine Maria si ricordi anche san Giuseppe, suo sposo, decisione confermata volentieri da Papa Francesco.

San Giuseppe viene festeggiato il 19 marzo (festa del papà) e il 1° maggio (festa dei lavoratori).

 

15 – La statua di San Matteo

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Nel transetto destro del Santuario, accanto alla statua di San Giuseppe e di San Giovanni Battista, si trovano altre due statue di Antonio Rota, sempre in stucco bianco, ritraenti i due Evangelisti – San Matteo e San Giovanni – che furono anche Apostoli di Gesù.

Partiamo da Matteo: l’antica tradizione della Chiesa, attestata sin dal II° secolo d. C., attribuisce concordemente il primo dei quattro Vangeli canonici all’Apostolo Matteo, chiamato anche Levi.

Il testo ebbe una prima redazione in aramaico, la lingua popolare allora parlata, e successivamente tradotto, e probabilmente un po’ modificato, in lingua greca.

Matteo, figlio di Alfeo, era probabilmente di origine galilea e di famiglia benestante.

Fu tra i pochi Apostoli a possedere una certa cultura e ad avere dimestichezza con la scrittura.

Esercitava la professione di esattore delle tasse a Cafarnao: era pertanto un pubblicano e, come tale, assai poco apprezzato dai suoi connazionali.

Com’è noto, la Palestina era all’epoca soggetta ai Romani: i conquistatori inviavano nelle varie regioni annesse al loro impero governatori propri, di solito membri del Senato, ma lasciavano che l’organizzazione della riscossione dei tributi venisse gestita da persone locali, alle quali chiedevano solo di consegnare loro puntualmente le somme destinate, senza curarsi d’altro.

Ecco, dunque, che i cosiddetti pubblicani prendevano in “appalto” la riscossione dei tributi, ed era ben raro che non approfittassero della propria posizione per mettere da parte un bel po’ di denaro, di cui mai avrebbero reso conto ai Romani, interessati a tutto tranne che al benessere dei sudditi o ai loro diritti.

Erano, dunque, odiati in modo particolare perché servi dei dominatori e, spesso, disonesti e rapaci.

Gli Ebrei osservanti, per esempio, non sarebbero mai entrati in casa loro.

Non a caso anche nella predicazione di Gesù i pubblicani sono nominati come peccatori per antonomasia e spesso accostati alle prostitute.

Nonostante ciò, Gesù, quando incontrò Matteo a Cafarnao, intento nel suo lavoro, lo guardò e gli disse solo: “Seguimi”. Matteo, come folgorato, lasciò tutto e lo seguì all’istante (Mt, 9, 9).

Il Vangelo di Matteo, che dedica spazio anche alla nascita ed all’infanzia di Gesù, è rivolto soprattutto agli Ebrei della Palestina, ai quali l’Evangelista voleva dimostrare che Gesù Cristo era veramente il Messia annunciato dalle Sacre Scritture ed atteso da Israele.

Per questo motivo nel suo Vangelo sono molto frequenti le antiche profezie, che si realizzano pienamente in Gesù di Nazaret, di cui, proprio all’inizio del libro, si riporta una lunga genealogia, che, partendo da Abramo, arriva a re Davide e, successivamente, a Giuseppe, sposo di Maria.

Degli eventi della vita di Matteo successivi alla composizione del Vangelo non sappiamo molto: certamente andò a predicare – si dice in Persia, o forse in Etiopia, o in India – e forse morì martire, poiché come tale è venerato dalla Chiesa il 21 settembre.

Il simbolo di Matteo nell’arte è un uomo alato.

 

16 – La statua di San Giovanni Battista

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Sempre nel transetto destro del Santuario, di fronte alla statua di Giuseppe, sposo di Maria, troviamo un altro personaggio particolarmente vicino al mistero di Maria: Giovanni, detto il Battista, o battezzatore. L’opera, in stucco bianco, è, come le altre undici disposte lungo le pareti della chiesa, opera dello scultore Antonio Rota.

Giovanni è considerato il precursore e l’araldo di Gesù, di cui il Maestro dirà che tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni… (Lc. 7,28). Secondo il Vangelo di Luca, era figlio di un sacerdote di Gerusalemme, Zaccaria, e di una parente di Maria, Elisabetta. La nascita di Giovanni quando i genitori erano già in tarda età fu annunciata da un angelo a Zaccaria mentre sacrificava nel tempio e inoltre, com’è noto, fu riferita sempre da un angelo a Maria durante l’annunciazione. Proprio durante la visita di Maria a Elisabetta, come narrato sempre da Luca in un brano di straordinaria bellezza, Giovanni per la prima volta salutò il suo Signore, a modo suo, cioè esultando di gioia nel grembo di sua madre.

Intorno all’anno 27 il Battista incominciò la sua missione di penitenza e di predicazione (l’evangelista Marco fa iniziare la sua opera proprio dalla predicazione di Giovanni): abitò in luoghi deserti e, definendosi la voce di uno che grida nel deserto, invitò alla conversione e al pentimento, purificando simbolicamente nel Giordano coloro che confessavano i loro peccati. Attirò molti discepoli, alcuni dei quali avrebbero poi seguito il Cristo, e lo stesso Gesù si recò da lui a farsi battezzare. Da allora in poi Giovanni lo additò come l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Poco dopo venne incarcerato da Erode Antipa, che egli aveva fortemente rimproverato per avere sposato Erodiade, la propria cognata; dal carcere continuò a seguire l’insegnamento di Gesù, con un interesse non privo di dubbi, tant’è che a un certo punto gli mandò a chiedere se fosse lui veramente il Messia, o se dovessero attendere qualcun altro. In un momento di follia, purtroppo, Erode promise alla figlia di Erodiade, Salomè, che aveva danzato per lui, qualunque cosa gli avesse domandato, e la ragazza, istigata dalla madre, che era piena di livore nei confronti del profeta, chiese la testa di Giovanni Battista.

Dopo la sua morte il suo culto si diffuse rapidamente, tant’è che una pia credenza voleva che egli, alla resurrezione di Cristo, fosse stato assunto in cielo in anima e corpo. In ogni caso dalla Chiesa viene considerato il punto di passaggio tra Antico e Nuovo testamento.

Numerosissime sono le chiese dedicate a san Giovanni Battista, così come numerosi sono i paesi che l’hanno scelto come patrono. E’ inoltre protettore di numerosi lavoratori, come dei pellicciai e conciatori di pelli e dei sarti (per via delle vesti in peli di cammello, che si cuciva da sé). E’ pure patrono dell’ordine di Malta e della contrada senese del Leocorno.

Contrariamente all’uso abituale, la festa principale di san Giovanni Battista commemora la sua nascita (24 giugno); ma vengono ricordate anche la sua passione e morte per decapitazione il 29 agosto.

La festa della nascita del santo, la notte tra il 23 e il 24 giugno, venne a innestarsi su antiche festività pagane che celebravano il solstizio d’estate, la cosiddetta mezza estate, in cui le notti sono le più brevi dell’anno.   Come è evidente, la nascita del santo venne collocata sei mesi prima della nascita di Cristo, a sua volta ricordata in un giorno in cui il paganesimo celebrava una festa del Sole.

 

17 – Le statue di Sant’Anna e San Gioacchino

Statua di s. Gioacchino 5Statua S Anna - 0190807 5

Per concludere la serie delle statue che ornano le pareti del Santuario –tutte in stucco bianco e opera dello scultore Antonio Rota – parliamo ora delle due che si trovano all’interno dell’altare maggiore, sulla destra e sulla sinistra, e che rappresentano i santi Anna e Gioacchino, i genitori di Maria. Delle dodici statue sono probabilmente le meno visibili ai fedeli, ma sono significativamente le più vicine al dipinto della Madonna. Di questi due santi non vi è traccia nelle Sacre Scritture: compaiono invece nel Protovangelo di Giacomo, opera molto stimata nell’Oriente cristiano ma annoverata dalla Chiesa cattolica tra gli scritti apocrifi, databile intorno al 150 d.C. L’autore, che si definisce figlio di san Giuseppe, in quanto nato da un precedente matrimonio di lui, intende magnificare la figura di Maria, narrando i fatti meno conosciuti della sua vita, dalla nascita al matrimonio.

Compaiono pertanto qui Anna e Gioacchino: erano due coniugi di Gerusalemme, benestanti, non più giovani e purtroppo privi di figli: soffrendo molto per questa mancanza, dagli ebrei considerata una vera e propria disgrazia, supplicarono Dio di renderli genitori. Furono esauditi con la nascita di Maria e, per gratitudine, destinarono la propria figlia, dall’età dei tre anni, al servizio presso il Tempio.

L’episodio presenta una forte affinità con la narrazione biblica della nascita di Samuele, figlio di una donna chiamata anch’ella Anna, che, avuto contro tutte le umane aspettative un figlio, lo destinò parimenti al servizio al Signore.

Al tempio, sempre secondo il racconto del Vangelo apocrifo, Maria sarebbe rimasta fino ai dodici anni, cioè fino al momento del matrimonio con Giuseppe, già vedovo e anziano, ma designato da Dio come compagno di vita per lei e come padre per Gesù.

Questo racconto si arricchì poi , nel corso dei secoli, di altri dettagli, molto ben accolti dai fedeli, fino a confluire nell’opera, assai conosciuta nel Medioevo, della Legenda aurea, composta da Jacopo da Varagine nella seconda metà del XIII secolo.

Tale patrimonio tradizionale ispirò fortemente l’iconografia, tant’è che sono frequenti i dipinti di sant’Anna con Maria e Gesù bambino (per citare solo i più famosi artisti, ricordiamo Giotto, Pietro Lorenzetti, Masaccio e Caravaggio).

San Gioacchino, dobbiamo riconoscerlo, è stato un poco trascurato rispetto al culto tributato a sua moglie (esistono tuttavia delle chiese, in particolare una a Roma e una a Torino, dedicate a lui esclusivamente).

Anche le reliquie della santa furono, e sono tuttora, oggetto di devozione: secondo la tradizione i suoi resti sarebbero stati salvati dalla distruzione dal centurione Longino (colui che riconobbe la divinità di Cristo) e custoditi in Terra santa, fino ad arrivare in Francia ad opera di alcuni monaci. Salvatesi anche dalle incursioni ottomane, le reliquie furono poi smembrate tra i vari nobili e il clero, finché il teschio, dopo varie vicissitudini, venne trasferito a Castelbuono, in provincia di Palermo, dove si trova tuttora, oggetto di una devozione che culmina nelle feste dell’ultima settimana di luglio.

Sant’Anna è la patrona delle donne gravide e delle partorienti e, insieme a Gioacchino, viene ricordata dalla Chiesa il 26 luglio.

 

18 – Ponziano Loverini

La sua attività nel nostro Santuario

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Passiamo ora a considerare l’opera di un illustre pittore, molto attivo nel nostro San­tuario e legato al nostro quartiere, nel quale gli è pure dedicato un piazzale, all’inizio di via Corridoni: Ponziano Loverini. Nato a Gandino nel 1845, si trasferì ancora ra­gazzo a Bergamo per frequentare le lezio­ni presso l’Accademia Carrara, dove ebbe come maestro Enrico Scuri. Per circa tre anni soggiornò presso l’albergo dell’An­gelo, ma, quando questo andò distrutto da un incendio, fu accolto in casa dal profes­sor don Antonio Picinelli, celebre architetto, in via santa Caterina n. 9. Il suo legame con il borgo si sarebbe ancor più consolidato in seguito al matrimonio, nel 1880, con la sorella del suo ospite, Orsola: per ol­tre quarant’anni il Loverini abitò in casa Picinelli, quasi di fronte alla Parrocchia, dove aprì anche lo studio, traslocando da lì solo nel 1921, peraltro sempre all’in­terno del borgo, in via Bronzetti. Sarebbe morto improvvisamente nel suo paese na­tale, durante una vacanza estiva, nel 1929.

E’ il 1889 quando il nostro artista lavora nel Santuario: gode già di ottima fama, non solo in città e in Italia, ma anche in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’Ame­rica. E’ noto, tra l’altro, oltre che per le opere eseguite nella nostra chiesa parrocchiale e in quella di Pignolo e di Trescore, anche per aver lavorato nella basilica di Pompei e per essere stato apprezzatissimo da Papa Leone XIII (la sua tela Santa Grata raccoglie il capo di Sant’Ales­sandro, dono per il Pontefice, è tutto­ra collocata nella Pinacoteca vatica­na).

Un’opera senza dubbio degna di menzione è la Deposizione, affresco posizionato sulla volta dell’altare dell’Assunta, nel transetto destro: Gesù, ormai morto, al centro della scena, è sorretto da Maria e da Gio­vanni, mentre sullo sfondo si notano altri discepoli e alcune donne, tra le quali spicca Maria Maddalena, ripie­gata su se stessa. Colpisce il bianco del sudario e del lenzuolo che avvol­gono Cristo, ripreso poi dagli abiti dei personaggi sullo sfondo, nonché il “gioco” delle varie mani dei prota­gonisti (abbandonate e aperte quelle di Gesù, delicatissime e carezzevoli quelle di Maria e di Giovanni, iner­ti quelle dei discepoli impietriti dal dolore). Colpisce pure il tratto duro ed essenziale, che esprime straordi­nariamente la sofferenza, degli occhi e della bocca dei vari personaggi. E’ un dolore composto quanto inconso­labile, quello suggerito dal Loverini, probabilmente coinvolto intensamen­te da questa scena così toccante, per avere da poco subìto la perdita di due figlioli, morti entrambi in tenerissima età e a poca distanza l’uno dall’altro.

Ai lati dell’affresco principale ne stanno altri due, di dimensioni più ridotte, raffiguranti due angeli ingi­nocchiati, l’uno in preghiera e l’al­tro piangente. Il recente restauro ha riportato in luce l’intenso colorismo, e in particolare lo splendido azzurro cupo dello sfondo.

 

19 – Ponziano Loverini

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Proseguendo con le opere d’arte presenti nel santuario eseguite da Ponziano Loverini, passiamo all’affresco L’Eterno Padre, collocato nella cupoletta del presbiterio. All’epoca della realizzazione di quest’opera, il 1889, l’illustre pittore gandinese, poco più che quarantenne, da parecchi anni vive nel nostro borgo e ha già ottenuto notevoli consensi in tutta Italia e anche all’estero (nel 1899 diventerà professore di pittura all’ Accademia Carrara e successivamente direttore della scuola di pittura della stessa Accademia, incarico che manterrà fino al 1926, tre anni prima della morte).

Se nell’affresco della Deposizione spiccava il bianco del sudario di Cristo, quel che colpisce in quest’altro affresco è sicuramente, nell’immagine di Dio Padre rappresentato nella gloria e circondato da angeli, la luminosità, resa ancor più efficace dalla collocazione dell’opera, illuminata dalle finestre a semicerchio. Il viso e le mani di Dio sono appena accennati in questa grande luce, quasi a voler ricordare il primo elemento naturale creato, cioè la luce stessa (cfr. Gen. I,3: Iddio disse: “Sia la luce: e la luce fu”).

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A contornare l’affresco di Dio Padre stanno quattro angeli che portano i simboli della Passione, a ricordare il sacrificio di Suo Figlio Gesù. Anche questi sono costruiti con la stessa tecnica di forte colorismo, ma più notevole è la ricerca della prospettiva e del movimento, così da creare l’impressione di un cerchio di corpi angelici, di nubi e di simboli. Accanto agli angeli ci sono dei cartigli che riprendono i versi dell’inno liturgico del Tempo di Passione, Vexilla Regis. Sotto due angioletti aggrappati alla croce sta dunque scritto O crux ave spes unica (Ave, o croce, unica speranza). Sotto l’angioletto che, a capo chino, innalza il calice, troviamo le parole Sacer cruor fusus agni corpore (Il sacro sangue fluito dal corpo dell’Agnello), mentre sotto quello che, con sforzo, innalza la spugna imbevuta di aceto, è scritto Felle potus ecce languet (Ecco, viene meno dopo aver bevuto il fiele). Il cartiglio posto invece sotto i due angeli che reggono i segni delle torture inflitte al corpo di Cristo – la corona di spine, i chiodi e la lancia – dice infine Spina clavi lancea mite corpus perforarunt (La corona di spine, i chiodi e la lancia trafissero il dolce corpo).

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a cura della Prof.ssa Loretta Maffioletti