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ALBERICO DA ROSCIATE (1290 - 1354)
famosissimo giureconsulto bergamasco della prima metà del XIV
secolo fu Alberico da Rosciate. Di nobile famiglia che comprendeva numerosi
giudici e giureconsulti, nacque nel 1290 forse a Rosciate o forse, secondo
altre testimonianze, a Villa di Serio, dove la sua famiglia si sarebbe
trasferita, o addirittura a Bergamo in una casa nell’alta città,
nella via detta Ripa dei Capitani, della vicinia di S. Eufemia, in quanto
il padre, Tassio Rosciati, era console, anziano e giudice della città fin
dal 1282.
Dotato di felice ingegno, ottima memoria, indole seria e riflessiva,
Alberico compì gli studi all’università di Padova,
dove già aveva studiato il cardinale Guglielmo Longo. Ottenuta
la laurea dottorale in utroque jure ( diritto civile e canonico), si
recò a Roma dove esercitò l’avvocatura e divenne
presto consultore e legale della Curia pontificia, che servì con
sicura competenza e grande abilità oratoria e diplomatica in occasione
di questioni intricate e difficili. Passò poi a Bologna e quindi,
nel 1328, tornò alla sua Bergamo. In quei tempi turbolenti operò con
grande saggezza, riconosciuta da tutti, per conciliare, risolvere contrasti
tra signori e città, papi e imperatori. Nella nostra città trattò col
re Giovanni di Boemia, entrato in Bergamo nel 1331, e compilò lo
Statuto cittadino, che durò poi per ben cinque secoli. Anche col
nuovo signore Azzone Visconti, che aveva conquistato la città,
partecipò alla parziale revisione degli statuti cittadini. Fu
quindi inviato in delicate ambasciate alla corte pontificia in Avignone
tre volte, nel 1335, 1337 e 1340, per risolvere annose questioni che
avevano anche provocato la scomunica da parte del papa.
In Bergamo ebbe incarichi nelle amministrazioni pubbliche e nel Consiglio
della Misericordia (MIA), di cui fu riconfermato ministro nel 1347. Nel
1350 fece un pellegrinaggio a Roma per il giubileo con la moglie e tre
figli, dopo di che si ritirò in una casa di campagna nel vico
di Plorzano, ora Borgo S. Caterina, dove visse gli ultimi anni dedicandosi
in solitudine agli studi preferiti e nella venerazione della memoria
del cardinal Longo, che lì aveva fatto erigere la chiesa e il
convento di S. Nicola.
Le sue numerose opere trattano non solo di diritto e legislazione ma
anche di storia, mitologia, grammatica e oratoria. Di particolare interesse è la
sua traduzione in latino del commento in volgare di Jacopo Della Lana
sulla “Commedia” di Dante.
Morì il 14 settembre 1354. Lasciò per testamento i suoi
beni alla famiglia, sette figli di cui due femmine, ed altri parenti,
a varie opere di misericordia, alla MIA ed alla chiesa dei Celestini,
dove volle essere sepolto.
Nel 1868 le sue ceneri furono trasferite in S. Maria Maggiore dove due
lapidi, una in latino del 1355 e l’altra in italiano del 1868,
ricordano le vicende e gli alti meriti del nostro giureconsulto.
Alla sua memoria è dedicata una via del borgo.
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