PRINCIPI ISPIRATORI E PRIORITA' EDUCATIVE:
«L’Oratorio è lo strumento educativo
della parrocchia, il luogo della missione della parrocchia per i ragazzi,
gli adolescenti e i giovani». (C.M. Martini)
L’oratorio non si identifica con un luogo fisico, (sebbene abbia
una sua sede), né con un’élite di persone, ma fa
sua la scelta di educare, divenendo così espressione della pastorale
pedagogica della parrocchia; è la comunità cristiana che
si scopre responsabile della comunità che cresce.
L’oratorio è l’attenzione della Chiesa locale per
la formazione dei ragazzi e dei giovani in modo da offrire loro l’inizio
e lo svolgimento dell’esperienza di comunità cristiana,
in tutte le espressioni della sua vita.
In oratorio viene ricondotta ad unità la missione della Chiesa
di offrire al mondo giovanile uno spazio in cui sperimentare la vita
fraterna.
L’oratorio, mediante la sua azione educativa, tende alla formazione
globale della persona, all’interazione della fede e della vita:
vuole condurre i giovani a diventare uomini e donne secondo lo Spirito
di Gesù.
Le proposte dell’oratorio infatti hanno a cuore la libertà
e il corpo, le emozioni e la ragione, gli affetti e le fedeltà,
i dubbi e le certezze, il coraggio e le paure, le offese e la generosità,
la coscienza personale e le relazioni sociali, il rapporto con le cose
e il rapporto con Dio, l’ascolto delle voci e l’ascolto
della Parola... Tutto ciò si compie alla scuola del Vangelo:
in questo sta la maturità umana e cristiana, nella sequela e
nella imitazione di Colui che ci ha amato e ha dato se stesso per noi.
(Cfr. Gal 2, 20)
EVANGELIZZAZIONE
E PROCESSO EDUCATIVO:
Anzitutto alcune osservazioni sul rapporto tra annuncio
del vangelo ed educazione.
La trasmissione del vangelo implica una comprensione etico-religiosa
del processo educativo, cioè la promozione della coscienza morale
in rapporto al vero e al bene; il compito di annuncio della Chiesa rimanda
al momento educativo della coscienza morale, ma anche si preoccupa di
portarlo a compimento, trascendendolo e mostrando come il riferimento
al vangelo è il fondamento ultimo di ogni scelta etica. Il dibattito
sul rapporto tra evangelizzazione e scienze dell'educazione ha mostrato
ampiamente la tendenza a separare l'annuncio del vangelo dai procedimenti
educativi descritti dalle scienze umane; oppure ha tentato una conciliazione
dei due aspetti dell'intervento pedagogico sulla base di una supposta
estraneità dell'educazione alla fede dai processi pedagogici
delineati dalla scienze umane. Una posizione più articolata afferma
che appartiene alla missione essenziale della Chiesa soprattutto l'annuncio
del vangelo, il quale comporta diverse modalità: tra queste ha
un posto essenziale l'educazione giovanile (la quale assume poi diverse
possibilità che tradizionalmente hanno connotato la rivendicazione
del compito pedagogico della Chiesa: attività ludica sportiva,
scuola, promozione culturale, iniziative di socializzazione, ecc.).
Ma questi interventi della Chiesa sono un momento del più ampio
compito di evangelizzazione della comunità cristiana. E' necessario
mostrare nei fatti la relativa autonomia di questo momento dell'educazione
e, insieme, deve apparire in modo chiaro la gratuità dell'annuncio
evangelico. In tal modo la trasmissione della fede propria della Chiesa
non apparirà né ridotta al servizio di educazione che
la Chiesa in modi diversi esercita nei confronti dei giovani, né
sganciata o aggiunta successivamente al processo pedagogico con cui
il giovare accoglie criticamente dal sistema culturale dato, la questione
della verità e del bene. Lo schema domanda-risposta (l'educazione
culturale favorirebbe l'elaborazione delle domande; mentre l'educazione
religiosa darebbe le risposte) è insufficiente a descrivere la
relazione tra esperienza umana e rivelazione cristiana.
EDUCARE A CHE COSA?
LE FINALITA' DELL'EDUCAZIONE:
Ora, per comprendere bene questo rapporto tra educazione
culturale e religiosa è forse più utile partire dalla
questione che interessa tutti coloro che sono presenti al processo educativo:
qual’ è la finalità dell'educazione? Educare a che
cosa? E’ questo il punto. Si dice: educare alla vita, alla maturità
umana, alla fede. A volte si giustappongono questi aspetti, o anche
si contrappongono. Ma è possibile separarli? Come interviene
la trasmissione della cultura, dei codici, dei meccanismi della lingua,
del pensiero, delle scienze, nel processo educativo? L’oratorio
come luogo educativo deve essere formativo o deve solo introdurre alla
comprensione e all'assimilazione dell'orizzonte del sapere della fede
formalizzato del gruppo? Per rispondere a queste domande è necessario
osservare che l'educazione fa riferimento a ciò che è
degno dell'uomo, al bene e al vero per l'uomo. Il rispetto dell'uomo,
la coltivazione del suo destino e della sua vocazione personale, il
primato dell'uomo nella cultura contemporanea è sentito come
primato della persona. Ma subito spontaneamente è interpretato
come primato del soggetto (della soggettività), cioè del
diritto insindacabile ad avere convincimento, interessi, opinioni, scelte.
Questa interpretazione del primato della persona, come primato del soggetto
individuale, senza l'affermazione della dimensione etico-religiosa,
condanna il soggetto ad avere convincimento, interessi, opinioni, ecc.
che però alla fine risultano inconfrontabili. Questi al limite
si possono narrare, raccontare, ma non possono essere effettivamente
discussi dentro una comune ricerca della verità. Da ciò
provengono anche molti luoghi comuni nel discorso educativo. Essi stanno
sullo sfondo di molti modelli educativi, e la loro analisi ci consentirà
di mettere in luce l'importanza della dimensione etico-religiosa dell'educare.
FIGURE DI EDUCAZIONE:
Anzitutto è necessario superare una concezione
educativa, che assumendo fin troppo acriticamente visioni pedagogiche
elaborate in un contesto antiautoritario, concepisca l'educazione come
un processo di crescita autonoma e/o come processo di socializzazione.
Ambedue le concezioni, poiché pensano l'atto educativo o come
promozione delle possibilità iscritte nel bambino/adolescente/giovane
o come introduzione a quel codice di segni, di comportamenti, di valutazioni
propri di un determinato complesso sociale, disattendono la dimensione
specificamente etica del rapporto educativo.
Ricordiamo brevemente queste due figure, che spesso diventano due luoghi
comuni: il primo riguarda chi ha un impegno educativo che interagisce
sulla persona nel suo complesso; il secondo riguarda forse di più
il versante educativo contenutistico-scolastico.
Educazione come
accompagnamento personale:
L'educazione è vista come un accompagnamento,
come una stimolazione delle possibilità virtuali iscritte nel
giovane, nel minore. Educare significherebbe - seguendo anche l'etimologia
del termine - e-ducere, «tirar fuori» ciò che sta
dentro il ragazzo, sviluppare le possibilità iscritte nel minore.
Questa visione si fonda su un ottimismo antropologico e sviluppa una
pedagogia in prospettiva anti autoritaria. Essa si oppone al modello
autoritario vigente fino a pochi anni fa e presente anche oggi in alcune
forme, che pensa l'azione pedagogica come trasmissione di valori, di
modelli, di comportamenti. Di quest'ultimo denuncia il carattere impositivo.
L'istanza anti autoritaria attraversa tutta la pedagogia (e psicologia)
moderna: essa privilegia l'ideale della conoscenza del bambino e del
ragazzo, più che la condizione umana nella sua verità.
La rappresentazione del compito educativo come sviluppo delle virtualità
iscritte nel ragazzo giovane appare affascinante, ma soprattutto consente
di non coinvolgere nell'educazione i convincimenti personali e morali
dell'educatore.
Questo modello di educazione intesa come sviluppo delle virtualità
naturali del ragazzo/giovane è aggravata dal diffuso scetticismo
circa la trasmettibilità degli ideali (si sente spesso dire:
"quando sarà grande deciderà lui stesso"). Inoltre
il modello antiautoritario corrisponde alla crisi di autorità
nella tradizione civile, morale e religiosa della società moderna.
Viene a mancare il riferimento autorevole nel discorso educativo, mentre
la formazione della coscienza diventa questione privata. L'universo
civile non è più capace di mediare i codici, i valori
e comportamenti che strutturano la libertà.
Che rapporto allora c'è tra autorità ed educazione? Qual’
è il senso e la necessità della buona autorità
nell'educare?
Il rapporto educativo rimanda originariamente al rapporto parentale
padre/madre - figlio, anche se la forma paternalista di questo modello
sconsiglia a molti di riprenderlo. Allora è necessario ritrovare
una concezione non paternalista dell'autorità educativa: l'autorità
del padre e della madre e rispettivamente l'autorità dell'educatore
si esercita non per forza propria, ma è dal di dentro testimonianza
alla vita buona, alle infinite forme con cui si presenta nella storia
della cultura e dell'oggi, perché in queste forme si rende presente
qualcosa del mistero e della verità dell'esistenza. Se educare
è «tirar fuori», ciò comporta che si indirizzi
verso un qualche modello in cui il giovane può e deve riconoscersi
e può e deve scegliere come buono per sé. L'educatore
allora non attira su di sé, non egemonizza, ma diventa un testimone,
uno che attesta quel carattere buono e vero dell'esistenza, che è
stato prima per lui stesso decisivo. Egli non deve temere di dire le
proprie convinzioni, di attestare i propri valori, di offrire le proprie
ragioni, perché egli sa che potrà trasmetterle solo nella
forma della cordiale comprensione e della adesione personale da parte
dell'altro.
Ne derivano alcune conseguenze per l'intervento educativo:
- se l'educazione non è solo un compito tecnico, ma anche e soprattutto
un compito etico, essa è legata alle disposizioni etiche dell'educatore
(la dedizione personale e l'umiltà, che deriva dalla consapevolezza
di essere testimone di un bene più grande, attraversano la sua
relazione educativa);
- se l'educazione ha a che fare con il compito etico esso esige anche
una competenza tecnica, psicologica e culturale, con la quale si procede
a sciogliere tutti i blocchi che inibiscono al minore la possibilità
di accedere con libertà al bene e alla fatica storica di comprenderlo.
Educazione come socializzazione culturale:
Un secondo modello presenta l'educazione come processo
di apprendimento, da parte del minore, di tutte le capacità indispensabili
in ordine allo scambio sociale. Educare significa insegnare i codici
che presiedono allo scambio tra gli uomini, la relazione tra l’uomo
Dio e l’uomo. A questo scopo provvedono varie istituzioni educative,
in primis la famiglia, la scuola, l’oratorio ecc.
In questo senso l'educazione è qualificata come apprendimento
culturale; è essenziale all'uomo, al di là del patrimonio
di qualità di cui è provvisto dalla nascita (cioè
dalla «natura»), anche un patrimonio di conoscenze e abilità,
costituito dalla «cultura».
Qui si deve fare allusione al doppio significato della parola cultura:
anzitutto, la cultura in senso antropologico è il complesso di
oggettivazioni sociali (comportamenti, usi, costumi) del rapporto interumano
(cultura di un popolo, locale, ecc.: in questo senso l'uso del termine
cultura è oggi assai diffuso). La conoscenza di questi comportamenti
è indispensabile per realizzare il rapporto interumano nella
vita personale e sociale. Ma questa nozione di cultura ha alla base
una visione convenzionale: è cultura ciò su cui gli uomini
hanno convenuto e che costituisce il codice espressivo di un determinato
gruppo sociale.
Istruttiva e pertinente per il nostro discorso è, ad es. la concezione
convenzionalista della lingua: la lingua nascerebbe dall'accordo tra
gli uomini circa il nome da dare alle cose. Ma tutto questo non riesce
a rendere ragione dell'evento della "parola", non solo come
segno convenzionale per intendersi reciprocamente, ma come modalità
di accesso alla verità del reale. Allora apprendere una lingua
non significa tanto o solo appropriarsi di un codice formare con il
quale intendersi con gli altri, cioè ridurla ad un processo di
semplice socializzazione (chi conosce più parole, sa di più
e ha maggior potere), ma significa offrire la possibilità di
accedere al senso delle cose, anche se tale accesso avviene nel dialogo,
cioè nella parola scambiata, nel rapporto interumano. Il significato
condiviso delle cose diventa capace di dare volto all'identità
delle persone e di far convergere verso un comune progetto, dove la
parola scambiata con gli uomini di oggi e/o dentro la ricca tradizione
del passato, dischiude un futuro più intenso e più vero.
L'esempio della lingua ci introduce al tema più generale della
cultura.
La chiarificazione
del concetto di cultura:
Appare dunque importante tentare di chiarire cosa ci sta dietro a questo
concetto di cultura. Questa non è riconducibile ad un asettico
codice convenzionale, elaborato in ordine alla necessità dello
scambio sociale. L'apprendimento culturale non è possibile solo
quando è inteso come socializzazione, cioè come elaborazione
di abilità conoscenze e metodiche in ordine al corretto funzionamento
del rapporto umano.
La cultura è un codice simbolico per la formazione della coscienza
di sé da parte del singolo, nel mondo e di fronte al suo destino
(che è come dire la propria vocazione). Si vede chiaramente che
è anche per questa ragione antropologica che la Chiesa si interessa
profondamente della cultura, perché essa ha a che fare con il
destino dell'uomo e la propria identità personale. La cultura
media inevitabilmente una certa idea di sé, del mondo e di Dio.
Ma una propria visione culturale, e dunque anche
l' intuizione della propria vocazione e del proprio destino, non è
disponibile solo come un prodotto confezionato da prendere o lasciare,
da trasmettere come un pacchetto di conoscenze e di abilità.
Questo non è mai stato vero nel passato dove pure la trasmissione
avveniva pesantemente come tradizione massiccia di codici culturali,
ritenuti fissi e immutabili, ma lo è soprattutto nel nostro mondo
frammentario e pluralista. Questa constatazione, però, non deve
condurre alla conclusione che oggi non ci è consentito altro
che fornire conoscenze ed abilità. Che lo si voglia o no, che
ci piaccia o meno, ciò significa sempre trasmettere anche un'interpretazione
del mondo e di sé.
Ecco dunque anche a questo livello l’importanza testimoniale di
vita coerente.
L'apprendimento culturale oggi deve essere un'acquisizione dei frammenti
culturali, fatta in modo critico, riflesso, creativo. La sintesi culturale
non può prodursi che come critica e integrazione degli schemi
interpretativi spesso contraddittori e non può avvenire che nel
quadro di opzioni etico-religiose che devono favorire l'integrazione
di questi frammenti.
Lungi dall'essere un freno, la valenza etica dell'apprendimento culturale
rende possibile l'integrazione, perché rende più cosciente
e quindi più liberi di scegliere. Lasciare solo il giovane non
si può; in realtà si trasmette sempre (a diversi livelli,
evidentemente) una visione della vita. E' necessario che gradualmente
questa visione sia assunta in modo critico, cioè in modo consapevole
e libero. Appare chiaro dunque che la crescita culturale è insieme
crescita umano-religiosa. La cultura in senso umanistico è in
vista di una maggiore capacita di dedizione esistenziale.
LIVELLI ANTROPOLOGICI DELL'INTERVENTO
EDUCATIVO:
Ecco dunque in maniera sintetica quali riteniamo
essere i livelli sui quali si può giocare l’intervento
educativo dentro all’Oratorio.
Livello etico-religioso:
è il livello dove avviene la disposizione
libera del soggetto di fronte alle istanze supreme della vita, dove
esso si determina come risposta al bene, cioè come vocazione.
L’Oratorio ha valenze educative, non tanto perché parla
esplicitamente di Dio, della Chiesa e della vocazione, ma perché
introducendo ad una visione simbolica (etica e religiosa) apre obiettivamente
lo spazio a questo livello.
Non sempre il singolo animatore-educatore svolgerà esplicitamente
o sottolineerà direttamente questo aspetto. La trasmissione del
sapere non è solo trasmissione di cose da conoscere, ma è
abilitazione ad una capacità a comunicare e a comunicarsi e quindi
a scegliere e a donarsi. Per questo l’educatore partecipa all'affascinante
avventura con cui ciascuno risponde di sì al carattere buono
e promettente della vita.
E questo molti la chiamano scelta di vita, il codice religioso la chiama
vocazione, in ogni caso significa identità personale e sociale
della persona, il bene più grande che possiamo trasmettere!
Livello Psicologico:
riguarda la prima modalità della coscienza del "sentirsi"
del soggetto, la modalità propriamente affettiva. E' abbastanza
chiaro come questo livello influisca su quello che chiamiamo l'interesse
e conseguentemente la volontà nell'apprendimento. Qui bisogna
evitare gli estremi: quello di chi si lascia irretire nella relazione
immediata e affettivamente calda, senza uscire dal circolo vizioso che
essa tende a creare, quando non viene purificata, elaborata, fatta crescere
e maturare; e quello di chi la censura, pensando così di sottoporre
il ragazzo ad una specie di intervento-shock, per fargli comprendere
subito fin dall'inizio che la bontà della proposta anche quella
scolastica, non dipende dalla intensità del canale di comunicazione.
La relazione matura consiste in un andirivieni tra il punto di partenza
del soggetto e la proposta obbiettiva offerta; il suo criterio più
certo è quello di far convergere su un disegno/progetto indicato.
Livello culturale:
è quello che introduce al sistema delle rappresentazioni
oggettive con cui il soggetto articola la sua posizione nel mondo, nel
gruppo e nella società civile e si abilità ad una crescente
capacità di esprimersi consapevolmente e liberamente con quella
strumentazione.
La difficoltà di questo livello dell'intervento educativo, consiste
nel superare un'interpretazione esclusivamente materiale della trasmissione
del sapere. Il sapere in ogni sua forma è un linguaggio che serve
per comunicare e per decidersi per un progetto comune, nel quale ciascuno
alla fine decide di sé.
Il sapere non ha a che fare solo con la scienza, ma anche con la coscienza
di sé: ma questo non è qualcosa che fa il sapere meno
scientifico, ma lo colloca dentro un'esperienza sapienziale della conoscenza.
L'uomo colto non è quello che sa di più, ma è quello
che ha imparato molti linguaggi per comprendere la vita e per dirsi
di fronte al mistero dell'esistenza.
ELEMENTI ISPIRATIVI DELLA FUNZIONE EDUCATIVA:
La ricchezza della proposta:
in ogni campo, la chiarezza, l'essenzialità, sono un modo con
cui l’educatore abilita l'educando ad una maggiore libertà;
la diversità dei metodi e degli strumenti praticati può
essere un aiuto a far trovare a ciascuno non solo l'interesse e la passione
per il percorso pensato per la sua formazione, ma anche il metodo di
apprendimento più mirato sulla sua persona.
L'onesà intelletttuale:
di fornire non solo le differenti visioni della vita,
ma di aiutare a comprenderle, di accompagnare gradualmente ad un giudizio
personale, senza scorciatoie rispetto alla ricchezza degli elementi
in gioco, senza precipitose anticipazioni, introducendo alla fatica
necessaria per raggiungere un giudizio maturo e pacato, sono forme con
cui l'educatore tempra l'esercizio di una libertà matura e consapevole.
La pazienza pedagogica
quale forma per distribuire i tempi e i momenti della maturazione, per
riguardare i ragazzi nelle loro fatiche personali, per aiutarli ad elaborare
persino il loro fallimento, senza per questo ricorrere a comode pigrizie
o perdere il senso della meta e del progetto;
La
pluralità delle figure in ogni processo
educativo la pluralità dei modelli e dei punti di riferimento
non è solo importante come momento di identificazione, ma diventa
fruttuosa quando le diverse figure convergono su un progetto comune,
mettono in luce diversi aspetti della maturazione della persona e della
coscienza, allargano le prospettive e forniscono maggiori elementi di
giudizio. A questo proposito non è concessa alcuna forma di gelosia
educativa o di sequestro personale: si pagherebbe assai caro in termini
educativi.