Canonizzazione del vescovo martire mons. Oscar Romero

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Domenica 14 ottobre a Roma, in Piazza San Pietro, Papa Francesco presiederà la canonizzazione di Paolo VI e altri sei beati: Oscar Arnulfo Romero Galdàmez, Francesco Spinelli, Vincenzo Romano, Maria Caterina Kasper, Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù, Nunzio Sulprizio.

Biografia

Mons. Romero, dal martirio alla santità

Oscar Arnulfo Romero Galdamez nasce a Ciudad Barrios di El Salvador il 15 marzo 1917, secondo di otto fratelli, da una famiglia modesta. Avviato all’età di 12 anni come apprendista presso un falegname, a 13 entrerà nel seminario minore di S. Miguel e poi, nel 1937, nel seminario maggiore di San Salvador retto dai Gesuiti. All’età di 20 anni fa il suo ingresso all’Università Gregoriana a Roma dove si licenzierà in teologia nel 1943.

Ordinato sacerdote il 4 aprile 1942.

Rientrato in patria si dedicherà con passione all’attività pastorale come parroco. Diviene presto direttore della rivista ecclesiale “Chaparrastique” e, subito dopo, direttore del seminario interdiocesano di San Salvador. In seguito avrà incarichi importanti come segretario della Conferenza Episcopale dell’America Centrale e di Panama.

Il 24 maggio 1967 è nominato Vescovo di Tombee e solo tre anni dopo Vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di San Salvador.

Nel febbraio del ’77 è Vescovo dell’arcidiocesi, proprio quando nel paese infierisce la repressione sociale e politica. Sono, ormai, quotidiani gli omicidi di contadini poveri e oppositori del regime politico, i massacri compiuti da organizzazioni paramilitari di destra, protetti e sostenuti dal sistema politico.

La nomina del nuovo Vescovo non desta preoccupazione: mons. Romero, si sa, è “un uomo di studi”, non impegnato socialmente e politicamente; è un conservatore. Il potere confida in una pastorale aliena da ogni compromesso sociale, una pastorale “spirituale” e quindi asettica, disincarnata. Mons. Romero inizia il suo lavoro con passione. Passa poco tempo che le notizie della sua inaspettata attività in favore della giustizia sociale giungono lontano e presto arrivano i primi riconoscimenti ufficiali dall’estero. Mons. Romero li accetta tutti in nome del popolo salvadoregno. Il 2 febbraio 1980, a Lovanio in Belgio, riceve la laurea honoris causa per il suo impegno come difensore dei poveri.

Romero rifiutò l’offerta della costruzione di un palazzo vescovile, scegliendo una piccola stanza nella sagrestia della cappella dell’Ospedale della Divina Provvidenza, dove erano ricoverati i malati terminali di cancro.

La morte di padre Rutilio Grande, gesuita, suo amico e collaboratore, assassinato assieme a due catecumeni appena un mese dopo il suo ingresso in diocesi, diviene l’evento che apre la sua azione di denuncia profetica, che porta la chiesa salvadoregna a pagare un pesante tributo di sangue. L’esercito, guidato dal partito al potere, arriva a profanare e occupare le chiese, come ad Aguilares, dove vengono sterminati più di 200 fedeli.

Il 23 marzo 1980 l’arcivescovo invita apertamente gli ufficiali e tutte le forze armate a non eseguire gli ordini, se questi sono contrari alla morale cristiana. Dice: «Io vorrei fare un appello particolare agli uomini dell’Esercito e in concreto alla base della Guardia Nazionale, della Polizia, delle caserme: Fratelli, appartenete al nostro stesso popolo, uccidete i vostri stessi fratelli contadini; ma rispetto a un ordine di uccidere dato da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice “Non uccidere”. Nessun soldato è tenuto ad obbedire ad un ordine contrario alla Legge di Dio. Vi supplico, vi chiedo, vi ordino in nome di Dio: “Cessi la repressione!”».

Il giorno dopo (24 marzo), mentre stava celebrando la messa nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza, fu ucciso da un sicario. Nell’omelia aveva ribadito la sua denuncia contro il governo di El Salvador, che aggiornava quotidianamente le mappe dei campi minati mandando avanti bambini che restavano squarciati dalle esplosioni. L’assassino sparò un solo colpo mentre Romero elevava l’ostia nella consacrazione.

Morì lunedì 24 marzo 1980. Durante le esequie l’esercito aprì il fuoco sui fedeli, compiendo un massacro.

Papa Francesco, con proprio decreto del 3 febbraio 2015, ha infine riconosciuto il martirio in odium fidei di monsignor Romero, che è stato elevato alla gloria degli altari, come beato.

La sua festa è stata fissata al 24 marzo, giorno della sua uccisione. Il 24 marzo è diventata la data in cui la Chiesa Cattolica celebra la Giornata di memoria e preghiera per i Missionari martiri.

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